“Le imprese e il mercato del lavoro nell’Orvietano”

Proponiamo di seguito l’interessante intervento del dott.Matteo Tonelli durante la seconda giornata di approfondimento proposta nell’ambito del Festival del Dialogo 2020 dedicata al tema del lavoro. Un contributo che, attraverso numeri e dati (rielaborazioni a cura della dott.ssa Meri Ripalvella), contribuisce a delineare il mercato del lavoro nell’Orvietano. In questa occasione, cercando di restare in qualche modo fedeli al tema del Festival che si interroga fra l’altro sul domani del “lavoro”, si è scelto dunque di proporre alcuni spunti di riflessione partendo da una accezione ampia del termine cercando di considerare nel loro complesso le varie forme delle attività umane attraverso le quali il lavoro si esplica, e per questo si è scelto di approfondire il tema da una specifica angolazione che è quella del tessuto economico e imprenditoriale.

La ragione della scelta di questo punto di osservazione sta nel fatto che il tessuto imprenditoriale del territorio nel suo complesso, le sue dinamiche, i fattori di criticità o le sue prospettive di crescita rappresentano la variabile più importante tra quelle in grado di influenzare e determinare le dinamiche del lavoro, e non solo in termini di maggiore o minore occupazione ma anche con riferimento alla capacità soprattutto di quelle numerose imprese, che in particolare nel nostro territorio sono microimprese e spesso monotitolare, di assorbire e mantenere su standard accettabili il lavoro dei loro addetti. Volendo quindi partire da questa premessa è importante leggere e comprendere non solo come si presenta oggi il sistema imprenditoriale del territorio, ma anche in che modo questo si è modificato negli anni fino ad assumere la configurazione attuale.

La microstruttura del mercato orvietano del lavoro

La composizione del sistema imprenditoriale del territorio è stata analizzata per singolo settore economico, assumendo come riferimento i parametri di: Numero delle imprese – Numero degli addetti – Dimensione media delle imprese (1). I dati che mostrano l’andamento per ogni settore sono stati elaborati sugli ultimi 5 anni, focalizzati sul Comune di Orvieto e sul territorio dell’Area interna Sud-ovest Orvietano; questi gli esiti dell’elaborazione:(1) Va precisato che a proposito di numero degli addetti ci si riferisce a tutte le persone che lavorano nelle imprese, quindi non solo i dipendenti ma anche i titolari delle Ditte individuali, i soci delle società artigiane o comunque ai titolari dell’impresa, in qualsiasi forma questa sia organizzata, che impegnano nell’impresa stessa la loro attività.

Il dato di maggiore interesse è dato dalla colonna Totale, dove si vede che i numeri si sono mantenuti sostanzialmente stabili negli ultimi 5 anni: le imprese non sono aumentate di numero né sono aumentati gli addetti.

Di seguito si riporta il dettaglio di imprese, addetti e dimensione media per singolo settore e per anno sul territorio dell’Area interna.

Anche in questo caso non abbiamo variazioni significative negli ultimi 5 anni📷

In questa sintesi che misura il solo comune di Orvieto, sono immediatamente visibili le variazioni 2019 su 2015 dei singoli settori: quali sono cresciuti e quali invece hanno subito una contrazione, in termini di numero imprese e addetti.

Oltre all’andamento sostanzialmente piatto in termini quantitativi come detto prima, un dato significativo che emerge da questa tabella, che anche se non strettamente attinente al tema che stiamo trattando è comunque utile sottolineare, è il valore della dimensione media delle imprese del territorio; che oltre ad essere molto basso in valore assoluto, è rimasto invariato dal 2015 al 2019, confermando il dato di una forte parcellizzazione del sistema imprenditoriale, condizione che come si sa costituisce un elemento di fragilità del sistema nel suo complesso, come si vedrà anche successivamente in un’altra elaborazione.

Cosa c’è dietro l’angolo?

L’analisi proposta ha riguardato la condizione di “ieri” e di “oggi”. E il domani? Cosa è ragionevole supporre che ci riservi? Se un anno fa programmando questo argomento per il 2020 si è pensato di proporlo con un punto interrogativo sul domani, gli avvenimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, e che purtroppo continuano a condizionare pesantemente il presente, danno a quel punto interrogativo un peso ed un significato che un anno fa era semplicemente inimmaginabile.
Come tutti sappiamo gli sconvolgimenti che abbiamo vissuto negli ultimi mesi hanno avuto, e stanno avendo ancora, ripercussioni significative anche in campo economico, come diretta e inevitabile conseguenza dell’emergenza sanitaria, ed evidentemente il sistema del lavoro nella sua complessità non è e non resterà certamente immune da queste trasformazioni; non solo in termini quantitativi per i quali è comunque presente il rischio di una riduzione importante del numero degli addetti – a causa della crisi economica che si prospetta purtroppo ineluttabile per alcuni settori – ma queste trasformazioni impatteranno anche e soprattutto nel senso della necessità di ripensare forme e metodologie del fare impresa, della necessità di nuove e diverse competenze e conoscenze, e di conseguenza nuove forme e nuove modalità di approccio al lavoro. In questa ottica l’intento di questa analisi non è certamente quello di proporre previsioni per il domani o di proporre soluzioni a problemi incombenti, ma più semplicemente quello di dare un contributo alle riflessioni che l’Associazione vuole stimolare scegliendo questo tema per il Festival del Dialogo anche per il prossimo 2021.
Ci troviamo di fronte ad una trasformazione repentina e imprevedibile, quella che gli statistici definiscono “break strutturale”, ovvero un punto di discontinuità nelle serie storiche delle variabili che fa sì che le stime dei parametri dei modelli econometrici forniscano esiti non più in grado di fornire una valida bussola per ottenere aspettative sul futuro. Per questo è estremamente complesso ad oggi, per chiunque, poter sviluppare e proporre qualunque tipo di previsione formulata con criteri statistici, proprio perché i modelli econometrici di riferimento normalmente applicati non sono più efficaci, non ci sono al momento punti di riferimento certi.
Non ci sono ancora al momento studi e pubblicazioni realizzate diffusamente su basi scientifiche riconosciute, sulle quali poter formulare previsioni attendibili sull’andamento e sull’evoluzione del lavoro nel prossimo futuro, tanto più quindi sarebbe azzardato voler proporre previsioni per il nostro territorio.
Ad esempio, è assai arduo stimare l’impatto sul PIL e sull’occupazione di una manovra di sostegno della domanda, atteso che la propensione al risparmio potrebbe essere, per motivi precauzionali, molto superiore alle stime ottenute dal passato: ciò rende le aspettative di crescita indotte dalle manovre di deficit spending sbagliate per eccesso. Tuttavia sono visibili a livello generale alcune tendenze ed alcuni processi, in qualche caso già conosciuti ma che hanno avuto una forte accelerazione a causa della pandemia (due esempi su tutti: e-commerce e smart working) altri invece del tutto nuovi; quello che può essere fatto in modo utile è cercare di comprendere questi processi e cercare di intercettarli, possibilmente in una visione complessiva del sistema economico di un territorio.
Torniamo quindi alla domanda: “E domani?” Che cosa succederà nel prossimo futuro? Quali scenari si potrebbero presentare? Un punto di vista certamente costruito su basi scientifiche è costituito dalla relazione della Commissione Colao, che ha analizzato il tessuto economico nazionale riclassificandolo secondo il Grado di Rischio Integrato ed il Livello di Aggregazione Sociale.
Si tratta però in questo caso di una analisi e classificazione formulata sulla base del rischio epidemico, realizzata a suo tempo al fine di elaborare le misure necessarie per una ripresa graduale dei diversi settori delle attività sociali, economiche e produttive, e pertanto non fornisce informazioni sufficientemente utili alle finalità delle nostre riflessioni sulle prospettive economiche e conseguentemente del lavoro. Può comunque essere interessante una riclassificazione delle imprese e dei relativi addetti del territorio sulla base di queste conclusioni. La Tabella mostra i dati aggregati secondo la classificazione operata dalla Commissione e la conseguente ulteriore classificazione per grado di rischio secondo la “classe di aggregazione sociale”.

Come si può notare le imprese del territorio con i relativi addetti sono classificate per la maggioranza nelle classi di aggregazione con rischio più basso, dal che si potrebbe concludere che l’economia del territorio sia a basso rischio. Le cose invece come vedremo ora, non stanno proprio così.
Per cercare di individuare in modo più approfondito alcuni dati indicatori delle tendenze e degli elementi di rischio, si è fatto riferimento a due studi realizzati da PROMETEIA e pubblicati da INFOCAMERE, che certamente sono da considerare entrambi attendibili vista la fonte. Il primo dei due studi pubblicato a luglio 2020 consiste in una PREVISIONE MACROECONOMICA A MEDIO TERMINE focalizzata sulla regione Emilia Romagna, nel quale vengono ipotizzati i diversi scenari proiettati al 2020 e 2021 per le variazioni di PIL, le principali variabili economiche, le importazioni e esportazioni, ed anche quello che qui maggiormente interessa: i livelli di occupazione e le relative variazioni.
Certamente gli scenari applicabili all’Emilia Romagna non sono paragonabili a quelli dell’Umbria ed in particolare al territorio orvietano, sono troppo diversi per dimensione, per dinamicità e per contesto ambientale.
Non è un caso in questo senso che sia stata proprio l’Emilia Romagna a fare in qualche modo da apripista per uno studio di questa natura sul proprio territorio. Tuttavia come detto prima i risultati di questo studio possono rappresentare una visione degli scenari e delle tendenze che interesseranno i vari settori economici, dei quali si può ragionevolmente tenere conto quale riferimento anche se in proporzioni, con dinamiche e con effetti diversi.

In sintesi, la tabella che vediamo evidenzia su base 2019 l’impatto occupazionale ipotetico sul territorio di Orvieto rapportato al numero di imprese ed al numero complessivo di addetti per settore aggregati secondo lo schema utilizzato dallo studio di riferimento. Lo scenario è quello di una riduzione importante del numero degli addetti, differenziata per settore ma comunque generalizzata, e di un recupero solo parziale nel 2021. Teniamo presente che queste proiezioni sono state fatte a luglio 2020, prima di questa c.d. seconda ondata.
Il secondo studio, anch’esso di luglio 2020, analizza invece il grado di rischio liquidità atteso per ciascun settore di attività, elaborato sulla base delle dimensioni e della distribuzione territoriale. Tornando alla premessa secondo la quale l’andamento e lo stato di salute delle imprese sono una delle maggiori variabili che vanno a determinare l’andamento del sistema lavoro nel suo complesso, è evidente come un evento di crisi di liquidità costituisca un fattore di alto rischio sotto il profilo dell’occupazione.

Un dato su tutti: spicca il settore dei servizi di alloggio e ristorazione con una stima del rischio vicina al 74%. Si può anche qui ragionevolmente considerare che anche dallo studio previsionale sulla crisi di liquidità applicata per settore, si possano ricavare concreti spunti di riflessione, seppure sottolineando che non possono essere ipotizzati automatismi nella applicazione delle previsioni a livello nazionale ad una realtà territoriale così limitata. Tuttavia va osservato che esaminando le variabili adottate dallo studio come visibile dai grafici che abbiamo visto: collocazione geografica, classe dimensionale, profilo di impresa, tutte tendono a collocare le imprese del nostro territorio nella fascia di rischio più alta. Per questo consegue, secondo l’ipotesi delle probabilità – pur con i caveat descritti in precedenza – che per le imprese di un dato settore si verifichi una crisi di liquidità, questo scenario per il nostro territorio:

Conclusioni

Come già è stato detto, questo lavoro ha la sola finalità di fornire un contributo alle riflessioni ed alle discussioni che in questa occasione affronteranno il complesso a quanto mai attuale tema del lavoro, si ferma alla esposizione ed alla lettura di dati utili a supportare possibili chiavi di lettura della situazione attuale, che si presenta complessa ed incerta, ma che si presenta ancor più incerta per il prossimo futuro.
In conclusione, tra tutti i dati e le informazioni che emergono dagli elaborati contenuti in questo lavoro e che possono come detto presentare diverse chiavi di lettura e diverse interpretazioni circa la loro proiezione nel prossimo futuro, è utile sottolineare un dato che riguarda il nostro territorio: il settore turistico-ricettivo che notoriamente costituisce il traino di buona parte dell’economia cittadina, e che negli ultimi 5 anni, come abbiamo appena visto, ha avuto il maggior incremento sia in termini di numero imprese che di numero di addetti, è anche quello che, secondo tutti i parametri che qui sono stati presi in considerazione, manifesta il maggiore grado di rischio in termini di sostenibilità delle attuali dimensioni di attività e di addetti. Inoltre, il settore manifatturiero che manifestava già da tempo segni di sofferenza con un calo costante sia di imprese che di addetti, è anch’esso classificabile tra quelli con un grado di rischio più alto per il prossimo futuro.
Consideriamo che gli scenari che anche noi ci troveremo davanti nel prossimo futuro dipenderanno molto anche dalla programmazione del bilancio pubblico, fortemente espansiva già da questo anno e in più, come si auspica, comprendendo anche la finanza comunitaria, ma molto dipenderà dagli indirizzi e dalle priorità che si vorranno dare alle risorse. In particolare, è possibile che i moltiplicatori settoriali – che misurano l’impatto del sostegno pubblico alla domanda aggregata – siano più contenuti del prevedibile per via di una maggiore propensione al risparmio delle famiglie e per un eccesso di investimento in scorte delle imprese: il primo effetto ridimensiona la domanda privata, il secondo l’incremento di produzione posto in essere dalle imprese con un capitale circolante percepito come “non desiderato”.
In conclusione, la crisi economica, l’impatto comportamentale dell’inciampo prodotto dal CORONAVIRUS sulla globalizzazione, le nuove articolazioni del mercato del lavoro, come lo smart working o le nuove forme ineluttabili di lavoro flessibile, ci porteranno molto lontani anche da noi stessi, confidiamo che la tecnica, la ragione, il calcolo possano indicarci, come sempre nella storia dell’Occidente, la rotta.